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L’attività mentale protegge dalla demenza? a cura del Gruppo di Ricerca Geriatrica (GRG) di Brescia Marco Trabucchi La ricerca di mezzi per prevenire la demenza, in particolare quella di Alzheimer, è molto vivace, anche se ancora priva di successo. La pressione sociale su questi temi si fa sempre più forte, ma alla domanda di qualche persona particolarmente ansiosa se è possibile mettere in atto sistemi di protezione rispetto alla comparsa di una grave compromissione delle funzioni cognitive, la risposta è sempre negativa. Neppure gli studi più avanzati di biologia molecolare hanno permesso di comprendere il determinismo dell’ Alzheimer; pur consci che il chiarimento di questi meccanismi potrebbe apportare un contributo limitato alla prospettiva preventiva, non vi è dubbio che idee certe in questo campo potrebbero rappresentare un punto di partenza, anche per pesare l’importanza di fattori extrabiologici e della loro interazione con la struttura genica dell’individuo. Lo stato dell’arte non si presta a considerazioni ottimistiche; sono pochi infatti gli studi che suggeriscono atteggiamenti preventivi di qualche efficacia, se non quelli genericamente volti a ridurre il rischio cardiovascolare, che svolge un ruolo anche nella genesi della malattia di Alzheimer. In questo scenario non particolarmente brillante continuano a trovare attenzione gli studi che collegano il livello di attività cerebrale con il rischio di sviluppare una demenza. Recentemente New England Journal of Medicine (348: 2508-2516, 2003) ha pubblicato un lavoro nel quale si dimostra che attività che coinvolgono un diretto impegno delle funzioni cognitive (come giocare a carte o suonare uno strumento musicale) hanno un effetto protettivo rispetto allo sviluppo di demenza, anche se confrontate con attività che coinvolgono soltanto la sfera fisica (fare le scale). Prima di pensare ai possibili meccanismi biologici che sottostanno a questo effetto protettivo, è necessario sgomberare il campo da una interpretazione del dato secondo la quale chi diventa demente è intellettualmente meno attivo anche prima della comparsa dei sintomi della malattia e quindi meno disponibile per attività che coinvolgano appunto un impegno cerebrale. Più lo studio è di lunga durata, come quello qui descritto che si è sviluppato per 21 anni, più sembra possibile poter escludere questo rischio, anche se il famoso “Nun Study” ha dimostrato in una popolazione di suore seguite per moltissimi anni che quelle che in età giovanile scrivevano nei loro diari pensieri più complessi ed articolati erano esposte ad un minore rischio di demenza in età avanzata. Ciò sembra supportare l’esistenza di meccanismi neuronali comuni, che esprimono nelle età giovanili una minore capacità cognitiva e nella vecchiaia un maggior rischio di demenza. Su queste tematiche sono stati compiuti molti studi, tra i quali sono, ad esempio, di interesse quelli che collegano prospetticamente una vita in solitudine con una più levata funzione cognitiva. Secondo una visione tradizionale chi vive in solitudine avrebbe meno stimoli e quindi eserciterebbe un minor livello di attività cerebrale, il che dovrebbe portare ad un maggior rischio di riduzione delle funzioni cognitive. Secondo un’altra interpretazione, invece, chi riesce a vivere da solo -soprattutto in età avanzata- è maggiormente dotato sul piano intellettuale e psicologico rispetto a chi è di fatto quasi costretto a vivere assieme ad altri per condividere le difficoltà dell’esistenza; è quindi naturale che, nel tempo, sviluppi un minor decadimento cognitivo. Come si può capire, lo scenario è molto complesso ed aperto ad interpretazioni difformi.
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