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Appropriatezza dei ricoveri e delle cure

Appropriatezza dei ricoveri e delle cure
a cura del Gruppo di Ricerca Geriatrica (GRG) di Brescia
Francesca Castelletti

L'esigenza di una valutazione scientifica attenta della pratica clinica è diventato un obiettivo prioritario durante la seconda metà del ventesimo secolo. La dimostrazione di un’alta e persistente variabilità non spiegata nella pratica clinica, e gli alti tassi di cura inadeguata che si sono uniti ad una crescita della spesa, hanno determinato la richiesta di costanti e crescenti prove di efficacia clinica. Inoltre l’invecchiamento della popolazione, l’introduzione di nuove (ma non sempre innovative) terapie farmacologiche ad alto costo, l’aumento della domanda di salute da parte degli utenti, e più recentemente, l’eliminazione del ticket e la revisione delle note Cuf stanno portando ad un progressivo aumento del consumo dei farmaci. Di conseguenza, è aumentata l'attenzione verso l'elaborazione dei metodi che possono fornire informazioni valide e certe sul funzionamento di alcuni sistemi all’interno del comparto sanità (Tunis et al., 2003).

La necessità di migliorare l’efficienza nell’utilizzo delle risorse sanitarie e farmaceutiche, e quindi anche di quelle ospedaliere, e di migliorare la qualità delle prestazioni (mantenendo ferma la necessità di controllare i costi) rispondono al criterio dell’appropriatezza che è molto rilevante per la crescita del nostro Sistema Sanitario, che forse per troppo tempo ha trascurato a fondo di analizzare il significato, gli obiettivi e soprattutto i mezzi disponibili del proprio operare, schiacciato tra l'aumento dei costi, le incertezze culturali e la mancanza di adeguati modelli organizzativi.

Sì, ma cos'è l'appropriatezza? Quando se n'è parlato la prima volta? Chi la decide, dove si impara, quali i limiti e i rischi; se ce ne sono; connessi al suo perseguimento?

Il tema dell'appropriatezza ha fatto il suo esordio in Italia , tra i più noti manager sanitari italiani, dopo la crisi finanziaria del 1992 e da allora s'è saldamente legato al taglio delle risorse; mentre il termine “appropriatezza”, credo abbia fatto la sua prima comparsa, in un testo di economia sanitaria, nel 1996, dov’è stato definito come una componente della qualità assistenziale che fa riferimento a validità tecnologico-scientifica, accettabilità e pertinenza (rispetto a persone, circostanza e luogo, stato corrente delle conoscenze) delle prestazioni sanitarie (Zanetti, 1996). La versione più aggiornata che viene da un manager della sanità come Enrico Materia distingue così tra appropriatezza clinica e organizzativa. «La prima rappresenta una sorta di efficacia individuale, relativa ai bisogni e alla complessità assistenziale del singolo paziente. Si può dire che presuppone il trasferimento delle prove scientifiche nella pratica clinica e costituisce il necessario complemento all'Ebm, ritenuta condizione necessaria ma non sufficiente per una buona medicina».

Oltre all’area clinica, l’appropriatezza tocca ambiti diversi come quello etico, organizzativo ed economico. Certo è che l’appropriatezza non deve essere un modo più elegante e raffinato che si limita ad una riduzione delle prestazioni, che privilegia una medicina che gioca in difesa che per spendere meno non cura. L’appropriatezza come l’evidence based medicine o la tecnologia, non è verità assoluta o legge, ma costituisce uno strumento che gli attori del sistema sanitario devono utilizzare per facilitare il proprio lavoro e la presa di decisioni che solo la mente umana può prendere e che aiuta la medicina a ridefinire alcuni aspetti della propria prassi.

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